La civiltà di Golasecca a Somma Lombardo e dintorni

La civiltà di Golasecca a Somma Lombardo e dintorni

La civiltà di Golasecca

Tutto il territorio che circonda il Lago Maggiore è ricchissimo di testimonianza archeologiche.  Tra le più famose vanno segnalate quelle appartenenti alla cultura di Golasecca. La cultura di Golasecca deve il suo nome al luogo dei primi ritrovamenti avvenuti ad opera dell’ abate G. B. Giani (1788-1857) sulle colline delle Corneliane (le colline a nord di Somma Lombardo) e in particolare quelli al Monsorino e al Galliasco, nel territorio del comune di Golasecca. Il Giani, eminente studioso locale, ritrovò infatti una cinquantina di tombe con corredi di ceramica e metalli che documentò in una pubblicazione del 1824 nel libro “La battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione”. Egli infatti interpretò erroneamente i reperti come la testimonianza dello scontro avvenuto durante la seconda guerra punica, spiegando la particolarità dei materiali, che ben riconobbe, con l’uso da parte dei Romani di vasi di produzione locale per deporre le ceneri dei propri morti. Solo nel 1865 G.de Mortillet, uno dei padri dell’archeologia preistorica, attribuì le medesime tombe alla prima età del Ferro, sulla base della presenza di materiali in ferro e della mancanza di oggetti romani. Il  Castelfranco, noto studioso di Storia e preistoria lombardo, scavò diverse sepolture negli anni 1871-1876 a Golasecca, Sesto Calende e Castelletto Ticino, ed elaborò una prima suddivisione cronologica dei materiali attribuiti alla civiltà di Golasecca.

Oggi sappiamo che la cultura di Golasecca, espressione di popolazioni celtiche, si sviluppò per tutta la prima età del Ferro (IX-IVsecolo a.C.) nella Lombardia occidentale, in Piemonte, nel Canton Ticino e nella Val Mesolcina nei Grigioni, in un territorio delimitato a est dal corso del Serio, a ovest da quello del Sesia, a nord dallo spartiacque alpino e a sud dal Po. Le aree archeologiche più importanti sono nei dintorni di Como, l’area a sud del lago Maggiore ( tra   Golasecca, Sesto Calende, Somma Lombardo, Castelletto Ticino e la Lomellina)  e nei dintorni di Bellinzona in Svizzera. La cultura di Golasecca, preceduta da una fase detta “protogolasecca” (XII-X secolo a.C.), è stata suddivisa dal Castelfranco in tre grandi periodi e dagli studi più recenti in alcuni sottoperiodi.

Durante il primo periodo (Golasecca I, IX-VII secolo a.C.) i Golasecchiani sono stanziati nella fascia subalpina, più favorevole per il suo clima all’insediamento. Di questi insediamenti non rimane molto. La maggior parte delle testimonianze ancora visibili di questa civiltà è rappresentata dalle aree sepolcrali.  L’area di Golasecca era uno dei centri più importanti della cultura, grazie alla sua posizione, molto favorevole agli scambi commerciali e l’accesso al Fiume Ticino e il Lago Maggiore, una via di comunicazione di ampio raggio.

Durante il secondo periodo (Golasecca Il, prima metà VI – inizio V secolo a.C.) si ha il massimo sviluppo della cultura, come dimostrano il gran numero di tombe rinvenute e la ricchezza dei corredi funebri, differenti fra uomini e donne. L’introduzione del tornio lento nella lavorazione dei vasi, decorati a stralucido o a stampiglia, consente di dare loro una forma più accurata e differenziata. I rapporti con gli Etruschi divengono meno forti ma si intensificano quelli con la cultura di Hallstatt, in Austria, che esporta il sale, indispensabile per la conservazione dei cibi. A questo periodo risalgono le ricchissime Tombe del Tripode a Sesto Calende e quella del Guerriero, nonché gran parte delle sepolture delle necropoli delle Corneliane e del Monte Galliasco. Con la conquista dei territori golasecchiani da parte dei Celti nel 388 a.C. si ha la fine del commercio con gli Etruschi e la crisi definitiva della società golasecchiana. Sulla base dei dati archeologici e dei confronti con altre culture europee contemporanee possiamo supporre che i Golasecchiani praticassero l’agricoltura, la tessitura e soprattutto l’allevamento, che determinava una grande produzione di formaggi e carne. Proprio la necessità della loro conservazione sotto sale favori i contatti con la cultura di Hallstatt, località in Austria dove si trovavano grandi miniere di questa sostanza. Importantissimo doveva poi essere il commercio di materie prime (stagno, ambra, corallo) e beni commestibili (olio, cereali, vino, carne salata) nel quale i Golasecchiani rivestivano il ruolo di intermediari tra gli Etruschi e i Celti, grazie al collegamento tramite il fiume con il novarese e il Canton Ticino, e con le zone al di là delle Alpi tramite i passi alpini del San Bernardo, Sempione e San Gottardo. Numerosi oggetti etruschi e greci ritrovati nelle tombe golasecchiane sono la riprova di questo ruolo e sono leggibili, oltre che come acquisti veri e propri, come dazi o doni fatti ai capi locali dai commercianti stranieri.

RIEPILOGO PERIODIZZAZIONE DELLA CULTURA DI GOLASECCA: 

  • PROTOGOLASECCA: XII-X secolo a.C.
  • GOLASECCA I A: IX-VIII secolo a.C.
  • GOLASECCA I B-C: VIII-VII secolo a.C.
  • GOLASECCA II A: 600-550 a.C.
  • GOLASECCA II B: 550-500 a.C.
  • GOLASECCA III A: 590-350 a.C.

LE NECROPOLI

Le nostre conoscenze sulla cultura di Golasecca derivano per lo più dallo studio delle sue necropoli. Nell’area del Ticino il solo rito funebre impiegato era la cremazione, in genere nella forma indiretta. Il defunto era cioè bruciato su un rogo preparato a parte, anche adiacente alla tomba, e le sue ceneri, raccolte dentro un’urna coperta da una ciotola o da pezzi di legno o cuoio, erano poi deposte nella tomba, scavata nella terra.  Le ceneri del defunto venivano  poste dentro urne biconiche o situliformi (cioè a forma di secchio) insieme a vasi in ceramica e bronzo, pendagli, spilloni, armille e fibule bronzee e, spesso, perle d’ambra importate dalle zone baltiche. Al VII secolo a.C. risalgono le prime sepolture con corredi ricchi di preziosi oggetti d’importazione etruschi e greci (Tomba del Lebete a Castelletto Ticino e Tomba del Guerriero a Sesto Calende).

Le urne e tutto il corredo veniva posto nella tomba scavata nella terra. Quest’ultima poteva avere le pareti rivestite di ciottoli o lastre di pietra. Caratteristico del comprensorio del Ticino era l’uso di un recinto esterno definito cromlech, costituito da un cerchio di pietre spesso preceduto da un corridoio di accesso. In età protogolasecchiana è attestato anche l’uso di tombe a tumulo ( Trovate anche a Somma Lombardo in Località Belcora). Il corredo funerario, che nelle fasi più antiche era formato da pochi oggetti di ornamento, diventa dal VII secolo a.C. espressione della ricchezza e quindi della posizione sociale del defunto: vasi in ceramica o in bronzo, ornamenti, utensili come rocchetti e fusaiole, spiedi in ferro e armi lo seguono nella tomba. Tipici dell’area del Ticino sono il bicchiere e, dal VII secolo a.C., i vasi per la consumazione dei cibi che fanno supporre la pratica del banchetto funebre, comune nel mondo greco ed etrusco. I corredi maschili e quelli femminili presentano molte differenze. Dei primi fanno parte fibule ad arco serpeggiante, servizi da toilette, armille a capi sovrapposti, perle di vetro, pendagli a cestello in bronzo, ganci da cintura in ferro, anni. Nei secondi vi sono fibule ad arco ingrossato e a grandi coste, a sanguisuga o a navicella, ad arco composto rivestito o con disco fermapieghe, armille a capi aperti, rocchetti e fusaiole, collane e pendagli pettorali con lunghe catenelle, perle di ambra e pasta vitrea. Esclusiva femminile sono poi i vasi rettangolari, forse impiegati nella tessitura, i tripodi, gli spiedi, le palette e i vasi a forma di volatile. In certi casi gli oggetti sono stati spezzati a scopo rituale, per indicare la rottura avvenuta tra il morto e la sua comunità. I corredi ci consentono di comprendere quale fosse la società golasecchiana, soprattutto tra il VII e il VI secolo a.C.: una struttura gerarchizzata con a capo un guerriero o capo-tribù la cui importanza si esprimeva anche con la deposizione nella tomba delle armi e degli oggetti che ne avevano manifestato il prestigio in vita (morsi equini, vasellame in bronzo, carri). Sul territorio Sommese durante gli scavi per la realizzazione dello scalo ferroviario del T2 di Malpensa inaugurato nel 2016, sono state rinvenute 81 tombe con corredi. Il materiale è ora tutto conservato all’interno del terminal in un percorso espositivo.

I vari reperti rinvenuti nelle necropoli sono oggi conservati in musei e collezioni private visitabili. Le più importanti sono : 

 

I Cromlech della civiltà di Golasecca a Somma Lombardo

Il termine cromlech, di origine gallese (letteralmente “pietra curva ), indica un recinto circolare di pietre che racchiude una o più sepolture.
I cromlech , definiti anche “tombe a circolo”, sono caratteristici del comprensorio del Ticino. Il Castelfranco, alla fine del XIX secolo, ne riconobbe 43 lungo la riva lombarda del fiume e 4 su quella piemontese. Oltre che al Monsorino ( il sito archeologico dove se ne trovano di più e meglio conservati) cromlech sono stati scoperti in località Garzonera a Vergiate e nella brughiera del Vigano a Somma Lombardo e nel Canton Ticino a Minusio Ceresol presso Locarno.

I cromlech , collocati sia sulla cima delle colline (Monsorino) sia in pianura (Vigano e Vergiate), avevano dimensioni variabili tra i 3 e i 10 metri di diametro. Il solo circolo del Vigano, oggi scomparso, era di maggiori dimensioni: il suo diametro misurava 17 metri e vi si accedeva tramite un’allea di 30 metri. Il Castelfranco, che ancora lo potè vedere, sostenne che fosse costituito da 300 blocchi estesi su di un’area di 450 metri quadrati.
Le tombe erano collocate sia al centro dei recinti che lungo il loro perimetro. Numerose erano anche quelle che si addensavano all’esterno dei loro limiti. Di questo parco archeologico oggi purtroppo non rimane nulla. Le pietre, spostate o riutilizzate per scopi agricoli, non sono più visibili, e anche il luogo esatto di dove si trovasse non è facile da individuare.
I cromlech avevano non di rado una sorta di corridoio di accesso di forma rettangolare, la cosiddetta “allea”, sul cui significato molto si discute: semplice corridoio di accesso per alcuni, per altri era invece il luogo deputato alla deposizione delle offerte e allo svolgimento dei riti in onore del defunto. Ancora visibile ( ma oggetto di ricostruzione e manutenzione nel tempo) è il cromlech situato in località Garzonera, tra Somma e Vergiate, a pochi passi dal distributore di benzina situato sul Sempione.

L’uso di questi recinti funebri inizia con l’VIII (Sesto Calende, località Carrera) e prosegue per tutto il VII e il VI secolo a.C. Alcuni studiosi li considerano l’ultima derivazione dei recinti megalitici di età neolitica, caratteristici dell’Europa settentrionale (Inghilterra, Irlanda), della Bretagna e di Malta~ Tuttora discusso è il fatto se i cromlech fossero solo dei piccoli recinti, posti a segnare il limite dell’area funebre, o costituissero la base di veri e propri tumuli.
Le tombe a circolo sono note anche altrove in Italia: a Chiavari in Liguria, a Melì nel bellunese e nel mondo italico (Temi, Alfadena).

Il Monsorino

Se a Somma Lombardo le testimonianze della Civiltà di Golasecca rimaste sono poche e poco leggibili, l’area archeologica del Monsorino rinvenuta sulle colline tra Sesto e Golasecca, rimane uno dei siti dove è possibile apprezzare ancora l’impostazione di questi siti incredibilmente interessanti. L’area archeologica è collocata sulle colline moreniche prospicienti il Ticino ( Corneliane), e fu individuata per la prima volta dall’abate G.B. Giani (1788-1857), eminente studioso nativo di Golasecca, che sulla base dell’analisi delle fonti antiche interpretò erroneamente i cromlech come le basi delle tende di un accampamento romano della seconda guerra punica. Nel 1870 P~ Castelfranco intraprese una vasta campagna di scavi nei boschi su entrambe le rive del fiume: scavò oltre 130 tombe e individuò ben 43 cromlech sulla sponda sinistra e 4 su quella destra. Lo studioso impiegò, secondo una pratica comune ai suoi tempi, lunghi spilloni in ferro con i quali sondare il terreno alla ricerca delle tombe. I vasi ritrovati spesso portano ancora ben visibili nelle pareti i fori provocati da tale sistema. Come era usuale nel XIX secolo, i materiali rinvenuti furono divisi tra varie collezioni private e Musei.
Nel 1965 furono intraprese, dalla Società Gallaratese di Studi Patri sotto la direzione di Mira Bonomi, opere di scavo e ripristino dei cromlech e fu rinvenuto un fondo di capanna circolare nel pianoro sottostante la collina.
I cromlech tuttora visibili al Monsorino sono attribuiti al Golasecca I, tra la seconda metà dell’VIII e tutto il VII secolo a.C. Nell’area recintata che state visitando, all’esterno della quale vi sono altri recinti, sono conservati tre cromlech e due corridoi rettangolari (allée), uno solo dei quali è ricollegabile al suo circolo. Il diametro dei recinti, le cui pietre sono state in pane asportate nel corso dei secoli, varia tra i 5 e i 9 metri. Al loro interno e al loro esterno sono state individuate tombe a cremazione i cui corredi non sono più rintracciabili con sicurezza. La nostra unica fonte al riguardo è il Castelfranco che testimonia come la tomba del recinto A fosse stata scavata prima di lui dal Guazzoni che vi ritrovò lì vasi, poi dispersi tra varie collezioni; il cerchio del recinto B contenesse una tomba e alcuni carboni ; in quello C, già scavato da sconosciuti, restassero tracce di carboni e qualche frammento di ceramica; infine all’estremità dell’allea D vi fosse una tomba scavata dal medesimo Guazzoni . Castelfranco nota inoltre come i Golasecchiani avessero trasportato della terra nei recinti, in modo da innalzare il livello del terreno di alcune decine di centimetri in più rispetto all’esterno, per creare una sorta di tumulo.
In anni recenti la Soprintendenza Archeologica della Lombardia ha realizzato nelle vicinanze dell’area recintata una serie di scavi stratigrafici, in occasione della costruzione del tratto Vergiate-fiume Ticino dell’autostrada dei Trafori, mettendo in luce 45 tombe, riunite in piccoli gruppi forse relativi a nuclei familiari. La necropoli fu utilizzata tra la metà del VII e la metà del VI secolo a.C.: le tombe più antiche erano a pozzetto o a fossa foderata di ciottoli, mentre quelle più recenti a cassa di pietra. L’analisi dei carboni ha dimostrato che per il rogo funebre brano stati impiegati legni di quercia, olmo, frassino e faggio forse trasportati dalla cima del monte, dove sono tuttora presenti. Le indagini osteologiche hanno invece rivelato come le ossa da porre nella tomba fossero state selezionate dal rogo funebre per motivi rituali a noi ignoti.

Raggiungere il Monsorino da Somma Lombardo:

Da chi viene fuori Somma Lombardo:

  • Parcheggiare l’auto nel parcheggio Gratuito di via Ronchi a Somma
  • Seguire la direttrice del raggio D, che percorre la via Ronchi fino ad intersecare la discesa all’ipposidra. Attenzione all’attraversamento sulla Strada Statale che è necessario percorrere per circa 350 metri. 
  • Imboccare via antica ducale e percorrerla in direzione nord ovest costeggiando l’ipposidra.
  • Al secondo ponte dell’ipposidra proseguire sulla variante 4 che conduce al Monsorino 
  • Totale Km : 4,5 km ( solo andata )
  • Tempo stimato 1,20 h ( solo andata )